Recensioni

Patrizia Salvetti, Oltremare. Memorie femminili tra antiche radici e nuove identità , 2016

Recensione di Antonino Infranca
Articolo apparso originariamente su azioniparallele.it

Il libro riporta la storia di tre donne italiane emigrate in Argentina. Sono storie “normali” di tre donne “normali”, come dichiara l’autrice (cfr. pp. 8 e 30). In realtà più che normali si tratta di storie comuni, comuni a qualche milione di italiane che sono state cacciate dal nostro paese e hanno dovuto cercare un altro paese dove realizzare il proprio progetto di vita. Sono storie di vita quotidiana. Naturalmente le tre donne non hanno compiuto gesti o vissuto esperienze eccezionali, ma se si pensa a che cosa deve aver rappresentato uno sradicamento così radicale dall’Italia – nella fattispecie Treviso e Mola di Bari – a Buenos Aires, allora l’eccezionalità specifica appare in tutta la sua ampiezza. Un altro aspetto della “normalità” delle tre storie è che sono strettamente private, ovviamente nella misura in cui «un privato non è mai solo privato» (p. 9). Infatti le tre donne in Argentina vivono una vita strettamente privata, “normale”, mentre in Italia una di loro aveva partecipato, seppure adolescente, alla Resistenza. L’autrice, che le ha intervistate, ha notato che nessuna di loro ha fatto accenno alla dittatura militare argentina (1976-’83) e alla conseguente guerra sucia (guerra sporca) con migliaia di desaparecidos. In realtà il silenzio delle tre donne è emblematico di una estraneità alla vicenda, che era proprio l’obiettivo che la dittatura cercava. Un tale silenzio sul massacro generalizzato era la forma massima di consenso che i militari argentini sapevano di potere ottenere (cfr. p. 36). Sarebbe stato impossibile un consenso dichiarato su una vicenda umanamente incomunicabile, quindi un silenzio su quanto stava accadendo nel silenzio delle galere argentine era il massimo che si potesse ottenere. Tale silenzio era consenso.

Un tal genere di libro pone una questione: la rappresentatività del campione scelto – tre donne – rispetto all’universo di appartenenza – i circa due milioni e mezzo di italiani che emigrano in Argentina (cfr. p. 25). Dentro questa gigantesca massa di emigrati, il più alto numero di emigrati italiani verso un singolo paese, le tre donne intervistate non sono affatto rappresentative (cfr. p. 34). Sono, come scrivevo sopra, tre storie “normali” ed eccezionali allo stesso tempo. Fra l’altro il genere di raccolta di dati, scelta da Salvetti, è decisamente poco rappresentativo, come peraltro riconosce la stessa autrice: «Il ruolo dell’intervistatore non è mai neutro» (p. 28); a questa mancanza di neutralità dell’intervistatore va aggiunta la narrazione della propria soggettività da parte dell’intervistata. L’intervista è, quindi, il punto di incontro tra due soggettività. Come è naturale che avvenga, soprattutto tra donne, tra le due soggettività nasce una confidenza, una fiducia, un rapporto quasi affettivo che rende più scorrevole l’auto-narrazione dell’intervistata e la ricerca dell’interiorità dell’altra da parte dell’intervistatrice.

Al di là della rappresentatività, le tre storie sono simili riguardo alla scelta, non disperata, di emigrare, non c’è una sofferenza insuperabile che le spinge a lasciare l’Italia. Le più anziane (Cea e Flora) vogliono ricongiungersi con il marito, mentre la più piccola (Antonia) emigra a quattro anni, quindi senza la coscienza della radicalità del suo gesto, anche se una vicina di casa, quando tornerà la prima volta a Mola di Bari, le narra che lei, seppure una bambina, provò a lanciarsi dal treno, al momento della partenza. Se c’erano state sofferenze, quelle erano risalenti al periodo bellico e all’occupazione nazista. Non c’è dubbio che la separazione dalla famiglia rimasta in Italia crea dolore e solitudine – Cea piangerà per un anno intero –, ma la rete di solidarietà tra immigrati italiani in Argentina presto le integrerà nella nuova realtà sociale. Se le due più anziane non lavoreranno, sarà solo per decisione del marito. I rapporti con le famiglie rimaste in Italia saranno tenuti secondo i mezzi di comunicazione delle varie epoche, cioè lettere, telefono, e-mail. Il rapporto con l’Italia è tenuto con la lettura di giornali – a Buenos Aires si stampa quotidianamente il “Corriere della Sera” –, con libri, programmi televisivi – Rai International –, film; insomma tutto ciò che la modernità offre come mass media.

Questo aspetto è molto importante, perché è il sintomo di un fenomeno più radicale: «La famiglia tradizionale italiana in una grande città come Buenos Aires infatti si “modernizza”, diventa più tollerante e comprensiva nei confronti di situazioni irregolari e di scelte ed esperienze che loro stesse probabilmente non avrebbero accettato prima» (p. 42). Seppure le più anziane rimangano relegate al ruolo di casalinghe, tutte e tre si adeguano facilmente al ritmo moderno dell’Argentina, finendo per sentirsi argentine, per considerare “provinciale” l’ambiente italiano di origine, anche contemporaneo. Infatti con piacere sono tornate varie volte in Italia, ma non riuscirebbero più a vivere in città di provincia come Treviso o Mola di Bari. Semmai trovano più confacente alla loro nuova vita una città come Roma, una città che, seppure con molte difficoltà, tenta di essere cosmopolita e che ha sicuramente un passato cosmopolita. Sostanzialmente non sono più italiane, ma si sentono legate all’Italia, di cui usano ancora la lingua, in fondo la vita trascorsa in Argentina le ha rese estranee ad un passato ormai trascorso. Tuttavia la radice italiane impedisce loro di sentirsi totalmente argentine, almeno le più anziane, per cui rimangono sospese, vivono due realtà culturali. Forse per questo motivo parlano poco dei figli, perché questi sono completamente argentinizzati, parlano spagnolo, sentono l’italianità come un fattore lontano. Ancor più forte questo senso di distacco si avverte nei confronti dei nipoti.

Le tre donne rimangono, quindi, in una situazione di ambivalenza, esse vivono un’identità originaria nell’interiorità della propria casa, coltivano i ricordi legati ancora a un paese lontano, ad abitudini, riti, come la festa del Santo del paese, ancora commemorato a Buenos Aires, ma ormai come parte soltanto della memoria. La festa del Santo è anche il segno della multietnicità dell’Argentina, del suo essere più progressista di quello che è rimasta, invece, l’Italia. Questo aspetto progressista fa aumentare l’attaccamento all’Argentina. La loro identità si manifesta soprattutto nella cucina, non apprezzano molto la cucina argentina, le preferiscono la cucina italiana, che ritualmente propongono in famiglia, soprattutto nel pranzo domenicale.

Il problema dell’identità italiana, l’italianità, che rimane presente nella vita quotidiana delle tre donne, ci pone un’altra fondamentale questione dell’emigrazione italiana soprattutto in Argentina: la civilizzazione dell’Argentina. Come è noto, l’emigrazione italiana in Argentina fu di massa e plasmò in forma radicale la cultura e la società civile argentina, più che in qualsiasi altro paese straniero, più che negli Stati Uniti o in Brasile, dove gli italiani si integrarono in società civili multietniche e multirazziali e non furono mai la maggioranza della popolazione di quei paesi. In Argentina, invece, l’emigrazione italiana compose la maggioranza della popolazione argentina e finì per mettere in atto un processo di civilizzazione. Gli studi dedicati all’emigrazione italiana verso l’Argentina sono numericamente meno diffusi rispetto a quelli dedicati all’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti. Senza dubbio questa scelta dei nostri intellettuali risente dell’egemonia culturale che gli Stati Uniti hanno imposto sulla cultura italiana, nonostante che il numero degli immigrati italiani in Argentina sia il secondo al mondo: circa la metà della popolazione argentina è di origine italiana, quindi si può parlare di 20 milioni di oriundi italiani, mentre gli Stati Uniti sono i terzi per numero di oriundi, 17 milioni di immigrati, al Brasile spetta, invece, il primato: 27 milioni. La scelta della Salvetti di dedicare attenzione a tre donne italiane emigrate in Argentina, vista la concentrazione degli studi verso l’emigrazione negli Stati Uniti, è ancor più meritevole di interesse.

Due delle tre donne rimangono casalinghe a causa della loro cultura originaria italiana, in particolare quella dei mariti, la terza si inserisce senza problemi nel mondo del lavoro e nella società civile argentina. Apparirebbe, a prima vista, che solo questa vive compiutamente un processo di integrazione, da un lato, e di partecipazione alla civilizzazione dell’Argentina, dall’altro. In realtà anche le due casalinghe partecipano a questo processo di civilizzazione, seppure indirettamente, attraverso la famiglia. Si tenga anche conto che queste tre donne sono parte di quei milioni di italiani che il sistema nazionale produttivo di ricchezza ha espulso dal paese in cui sono nate, l’Italia. Queste tre donne sono gli indesiderati, gli scarti della società italiana, coloro ai quali l’Italia non ha offerto la possibilità di realizzare un progetto di vita.

Se si tiene conto del fatto che i mariti impongono alle due donne più anziane di non lavorare, allora è chiaro che l’elemento maschile dell’emigrazione italiana è stato tradizionalmente quello più conservatore. Le donne, invece, una volta radicatesi nella nuova realtà, hanno rovesciato rapidamente i tradizionali ruoli e si sono trasformate in soggetti più innovatori, approfittando anche delle grandi opportunità che città gigantesche e moderne, le offrivano. In fondo le tre donne sono riuscite a integrarsi in Argentina, il paese le ha accolto, ha offerto la possibilità di realizzare il loro progetto di vita. L’autrice osserva: «È difficile farsi raccontare nelle loro storie episodi di discriminazione sociale o economica, pur sicuramente subita, un fardello di ricordi che evidentemente ancora scotta» (p. 71). Su questo punto va aggiunto che l’Argentina, come il Brasile e l’Uruguay, rappresenta il caso di migliore integrazione dell’immigrazione italiana in un paese straniero, infatti a Buenos Aires non esistono quartieri abitati esclusivamente da italiani. Le difficoltà non vengono raccontate perché sono state definitivamente superate dall’integrazione, appartengono a un passato ormai trascorso. Insomma la scelta di emigrare è stata vincente, la normalità delle loro vite lo dimostra, hanno fatto bene a lasciare un paese che offriva scarse prospettive di un’esistenza migliore; possono coltivare la nostalgia del ricordo degli affetti personali, dei loro cari rimasti in Italia che hanno avuto un’esistenza di cui loro non facevano più parte. L’essere uscite dalla vita degli altri dà il senso della struggente malinconia che l’intervistatrice avverte e registra nelle conversazioni. D’altronde l’Argentina è il paese della malinconia e la malinconia è una forma di nostalgia, è la nostalgia verso esseri umani che mancano nella propria esistenza, non è la saudade dei brasiliani a cui manca la natura, l’ambiente lussureggiante del Brasile. Si pensi al tango argentino e al suo senso del desarraigo (sradicamento, ma anche abbandono) che è uno dei suoi aspetti fondamentali più tipici.

Anche l’Italia, intanto, è cambiata, forse anche grazie al contributo degli italiani che sono emigrati. I giovani italiani sono profondamente diversi da come erano loro, ma rimangono simili nella necessità di emigrare per realizzare un progetto di vita. Le loro storie sono rappresentative di quanto stanno vivendo i giovani italiani di oggi.



Patrizia Salvetti, Oltremare. Memorie femminili tra antiche radici e nuove identità , 2016

Recensione di Paola Corti


Patrizia Salvetti, Oltremare. Memorie femminili tra antiche radici e nuove identità , 2016

Recensione di Gioachino Bratti


Patrizia Salvetti, Oltremare. Memorie femminili tra antiche radici e nuove identità , 2016

Recensione di Anna Balzarro


V. Busacchi, G. Martini (a cura di), Tra immagine e parola. Passaggi e paesaggi, 2015

Recensione di Giuseppe D’Acunto


Pubblicata su Per la Filosofia – Filosofia e insegnamento, n° 100-101 Maggio-Dicembre 2017 (pag.6)


Th. Kirsch, Gli Junghiani. Una prospettiva storica e comparata, 2016

Recensione di Marco Innamorati pubblicata su “State of Mind – Il giornale delle scienze psicologiche” il 26 novembre 2019

Gli Junghiani. Una prospettiva storica e comparata, di T. B. Kirsch è una storia della progressiva espansione del movimento junghiano nelle diverse nazioni.
La storia della psicologia analitica dopo Jung non ha ricevuto una grande attenzione da parte degli specialisti; quindi l’uscita in italiano del volume Gli Junghiani. Una prospettiva storica e comparata di T. B. Kirsch (sia pure con forte ritardo, rispetto all’edizione originale) va salutata con grande interesse.

In effetti esisteva in precedenza soltanto una monografia complessiva sul mondo neo-junghiano, quella di Andrew Samuels (1985), che peraltro uscì nella nostra lingua in una versione praticamente inutilizzabile, per chi avesse voluto impiegarla come punto di partenza per ulteriori studi. L’editore, infatti, decise che da una parte il saggio introduttivo e l’appendice firmati da Aldo Carotenuto erano da considerare indispensabili; dall’altra il numero complessivo delle pagine non poteva crescere ulteriormente. Onde sacrificò del tutto la bibliografia originale. Dato che il volume impiegava, per i riferimenti ai testi citati, il sistema autore/data, in molti casi il lettore non era neanche in grado di risalire ai titoli delle opere menzionate nel volume, se non procurandosi l’originale inglese.

A parte che al mutilato libro di Samuels, per conoscere il dopo Jung il lettore italiano poteva rivolgersi o alla lettura diretta dei testi dei neo-junghiani (senza un orientamento preliminare); o a monografie generaliste di storia della psicologia del profondo (spesso avare se non completamente prive anche di riferimenti allo stesso Jung); o ai testi, spesso ormai introvabili, che fotografano parzialmente almeno la storia della psicologia analitica italiana (p. es., Pieri, 1998; Carotenuto, 1977); o a contributi, come quelli preziosi di Sonu Shamdasani (2003; 2005), che occupandosi tematicamente di Jung offrono in modo incidentale anche informazioni sui suoi epigoni. Naturalmente il risultato era comunque costituito da informazioni, per una ragione o l’altra, del tutto parziali.

L’autore di questo volume, Thomas B. Kirsch, si è trovato in una posizione da insider rispetto al tema, si può dire, fin dalla nascita. Ambedue i genitori, infatti, erano stati analisti junghiani noti e avevano effettuato l’analisi didattica con Jung in persona. James Kirsch, il padre, aveva con Jung anche tenuto un ricco epistolario, ormai pubblicato in volume da qualche anno (Jung, J. Kirsch, 2011). Lo stesso Thomas Kirsch è stato a sua volta personaggio di rilievo del mondo junghiano, essendo stato prima vice-presidente e poi presidente dell’International Association of Analytical Psychology, l’associazione mondiale che raccoglie gli analisti junghiani (l’equivalente di quello che è l’International Psychoanalytic Association in campo freudiano), nonché docente di psichiatria a Stanford: un pedigree davvero di grandissimo rilievo, dunque.

La classificazione proposta da Samuels delle correnti in cui si è diviso il pensiero post-junghiano, ripresa da Thomas Kirsch, distingueva tra: una Scuola Classica che proseguendo consapevolmente la tradizione di Jung, si concentra sul Sé e l’individuazione; una Scuola Evolutiva che riserva un’attenzione particolare all’infanzia nell’evoluzione della personalità adulta e pone altrettanto in rilievo l’analisi di transfert e controtransfert, risultando quella più vicina alla psicoanalisi classica; una Scuola Archetipica che si concentra, in terapia, sulle immagini, attribuendo poca importanza alle problematiche evolutive (p. 81).

Thomas Kirsch, però, propone anche delle correzioni alla classificazione originaria, rese necessarie dal trascorrere del tempo. Constata in primo luogo che la Scuola Archetipica (peraltro, a suo avviso, da subito quella meno riconosciuta come entità a sé stante) non ha subìto sviluppi, venendo piuttosto assorbita o meglio eliminata dalla scena. Malgrado, si potrebbe aggiungere, il fatto che il suo fondatore James Hillman sia tuttora probabilmente l’autore post-junghiano più letto nel mondo, l’unico, di fatto, che abbia conosciuto una vera popolarità anche fuori dall’ambiente clinico: prova ne sia che le sue opere principali sono pubblicate in italiano da Adelphi, editore assai visibile e non certo specializzato nella psicologia del profondo. In secondo luogo, Kirsch osserva che si è sviluppata una polarizzazione tra il tentativo di riportare la psicologia analitica, per così dire, alla purezza originaria e quello di operarne una fusione con la psicoanalisi. La prima tendenza è definita dallo stesso Kirsch Scuola Ultra-Classica. Gli ultra-classici valorizzerebbero come riferimento teorico le opere del solo Jung e al limite quelle della sua stretta collaboratrice Marie-Louise von Franz (colei che contribuì alla redazione di Mysterium Coniunctionis). La seconda tendenza (cioè quella fusionale) sarebbe sostenuta da coloro che, pur avvertendo nella lettura di Jung una profonda risonanza, non hanno trovato la propria analisi didattica junghiana soddisfacente, completando piuttosto la propria formazione in contesti neo-freudiani. Per conseguenza essi adottano le regole di astinenza e neutralità in senso psicoanalitico, danno più valore alla cornice psicoanalitica rispetto al rapporto psicoanalitico e attribuiscono più peso al transfert/controtransfert rispetto a immaginazione e immagini di sogni (p. 82). La qual cosa può risultare tutto sommato paradossale. È vero che l’interpretazione dei sogni è una tecnica sempre meno usata in psicologia del profondo, ma si tratta di un declino parallelo nel mondo junghiano e in quello freudiano: per Freud l’uso dei sogni corrispondeva originariamente alla via regia per l’inconscio. D’altra parte la cosiddetta svolta relazionale in psicoanalisi ha posto sempre più l’accento sul rapporto analista/paziente, abbandonando l’ideale del terapeuta come schermo bianco. Inoltre le regole tradizionali di astinenza e neutralità si sono nel frattempo molto evolute nel contesto della psicoanalisi tradizionale: l’analista che non risponde ad alcuna domanda è ormai una figura del passato; l’equidistanza tra Io, Es, Super-io e realtà esterna si è evoluta in un atteggiamento non giudicante verso il paziente (Gabbard, 2004). In un certo senso, dunque, sarebbe la psicoanalisi tradizionale a essersi spostata verso un atteggiamento più junghiano. Samuels (1985), del resto, aveva definito molti psicoanalisti contemporanei come junghiani inconsapevoli, avendo essi adottato una condotta della cura molto più simile a quella descritta da Jung (1929) rispetto a quella originariamente proposta da Freud (1912).

Purtroppo, questa di Thomas Kirsch è molto più una storia della progressiva espansione del movimento junghiano nelle diverse nazioni in cui è penetrato, che una storia dello sviluppo teorico della psicologia analitica. Anche soltanto l’impostazione strutturale del volume può rendere conto di ciò: i capitoli sono infatti intitolati essenzialmente ai diversi contesti geografici (La psicologia analitica a Zurigo; La psicologia analitica nel Regno Unito, etc.) e solo eccezionalmente a temi generali: su tutti la Storia del Gioco della Sabbia, sull’evoluzione della tecnica creata da Dora Kalff, e l’apprezzabile appendice su Gli Sviluppi della IAAP nel terzo millennio, firmata da Alessandra De Coro per questa edizione italiana.

L’impostazione di storia burocratica piuttosto che teorica, sacrifica di fatto lo spazio dedicato ai suoi singoli protagonisti, per quanto di rilievo. Non può che lasciare perplessi, in effetti, constatare che perfino ai più importanti collaboratori di Jung venga dedicata una pagina ciascuno: ciò vale per von Franz come per Emma Rauschenbach (moglie di Jung), Aniela Jaffé (che tra l’altro curò la cosiddetta autobiografia di Jung [1961]), Toni Wolff (che propose la locuzione psicologia complessa, adottata poi da Jung per designare il proprio modello), Franz Riklin (con cui Jung sviluppò il cosiddetto esperimento associativo; si vedano le pp. 36-44). Addirittura, due dei più principali autori post-junghiani come Adolf Guggenbühl-Craig e il summenzionato James Hillman vengono liquidati con mezza pagina ciascuno (pp. 50-51). Altro limite importante del testo è la superficialità delle ricerche storiche, condotte dall’autore per raccontare la storia del movimento junghiano lontano dai suoi centri principali (il mondo germanofono e quello anglosassone). Kirsch, per esempio, scrive: I lavori di Jung furono tradotti in Italia subito dopo la loro prima pubblicazione (p. 176). Si tratta di un’affermazione piuttosto singolare visto che le principali opere junghiane vennero pubblicate nel decennio 1911-1921 e la prima traduzione di un libro di Jung vide la luce, per merito di Giovanni Bollea, solo nel 1942.

Che dire, dunque, in conclusione? Bisogna, come già si è sottolineato, apprezzare lo sforzo dell’editore italiano ma anche sperare che il recente risveglio di interesse per Jung e la psicologia analitica renda possibile la pubblicazione di ulteriori studi sullo stesso tema.


G. Martini, Le storie infrante, 2016

Recensione di Maria Ilena Marozza
Pubblicato su “Quaderni di Cultura Junghiana” Numero Extra 2016Nelle nove storie che compongono la prima opera narrativa di Giuseppe Martini, una frase ricorre con insistenza, come per segnalare l’evento centrale delle vite che vengono raccontate: “poi qualcosa si ruppe”. Di storie infrante infatti si parla, di storie interrotte da un evento psicopatologico che cambia drasticamente il senso e il corso di queste vite. Da conoscitori della storia della psicopatologia, sappiamo dare un nome a questi eventi, li riconosciamo nella descrizione jaspersiana del processo, di quell’evento d’interruzione radicale dell’evidenza e della partecipazione al mondo condiviso che confronta chiunque tenti di rapportarsi a esso con la categoria dell’incomprensibile. Moltissime storie cliniche sono state descritte nei testi di psicopatologia fenomenologica per evidenziare le alterazioni strutturali di questi modi alterati di vivere l’esperienza, fino a scandagliare aspetti sottili e profondissimi sui quali si costituisce il vissuto umano, e su queste descrizioni si basa in genere il diagnosta che voglia tentare di comprendere dall’interno la sofferenza psichica.Nel libro di Martini si fa invece qualcosa di diverso, qualcosa che ci confronta con un tipo di operazione sulla quale forse non si è ancora abbastanza riflettuto nella comunità di coloro che si riconoscono psicoterapeuti: ci si confronta, cioè, con il tentativo di costruire una narrazione là dove non c’è nulla che possa essere essere narrato, là dove c’è un vuoto, un’interruzione, una mancanza, una frattura che rende impossibile una continuità narrativa. Là dove, dunque, l’incomprensibile si è insediato a costituire un’impossibilità rappresentativa, o un’intransitività comunicativa. Non si comprende la follia: su questo impopolare assunto jaspersiano dobbiamo insistere per cogliere la qualità di quell’essere fuori dal mondo e dal senso comune da cui si genera il sentimento di spaesamento, la vertigine esistenziale che caratterizza ogni contatto con la follia. Ma qualcos’altro si può fare, una volta preso atto di quell’incomprensibile frattura: si può tentare di immaginare, si può tentare di costruire una narrazione di quello che forse potrebbe essere quel mondo, e di fantasticare sul modo in cui potrebbe essersi costituito. Come diceva un grande clinico, Pierre Fédida, di fronte all’incomprensibile, all’orrore dell’inimmaginabile, il compito dell’analista è di continuare a immaginare.Un processo, questo, che non ha niente a che fare con i modi identificativi della comprensione empatica tanto che Fédida lo definiva piuttosto neghempatia poiché non si costituisce nella similitudine con l’altro che abbiamo davanti: esso si distende piuttosto su quel vuoto di rappresentazione, su quel difetto di comunicazione interpersonale, su quell’incomprensibile altro, nel tentativo di costituire un ambiente di pensieri e di rappresentazioni in attesa, forse, di essere abitate. Come nel racconto Passeggiate nel vuoto, ove al nulla rappresentativo di Aurora, la fanciulla che in analisi non sapeva dire altro che “niente, come al solito”, si contrappone il tentativo dell’analista di immaginare pensieri non pensati, sentimenti non vissuti, desideri non provati, fallendo, approssimando, qualche volta catturando l’attenzione e facendo lentamente crescere la possibilità e la disponibilità della ragazza a costruire una rappresentazione della propria storia.
Certamente, in questo modo le narrazioni si costituiscono nella capacità immaginativa del terapeuta, stimolata dal contatto con il suo paziente, e portano il segno della sua soggettività, della sua storia personale, dei suoi ricordi, delle sue capacità inventive e dell’affinamento di queste indotto dall’educazione della sua sensibilità e competenza.Martini, che ha lavorato lungamente in senso teorico e clinico sulla narratività e sul suo valore per la costituzione dell’identità umana, compie in questo volume un passaggio che rende maggiormente visibile quella sottile operazione immaginativa che agisce nella soggettività di ogni psicoterapeuta ogni volta che si trova autenticamente impegnato ad ascoltare i suoi pazienti. Questo ascolto oggi ha perso ogni connotazione recettiva ingenuamente realistica, configurandosi piuttosto come un’attività altamente complessa, ricca di risonanze sinestesiche, mnestiche e immaginative, tanto da poter essere considerato tout-court come una funzione poietica, in cui pezzi di esperienza dell’uno entrano in risonanza con frammenti di memoria dell’altro, nella creazione di nuovi intrecci, di nuove narrazioni delle quali è tributario il senso.
In questo volume, nell’abbracciare fino in fondo la finzionalità del raccontare, Martini riesce a mostrare con maggiore libertà ed evidenza le potenzialità di verosimiglianza del narrativo, intessendo le sue storie nei margini di contatto tra le esperienze storico biografiche dello psichiatra narratore e le vite di persone che hanno sperimentato l’incontro con quegli eventi spaesanti, con quelle fratture troppo spesso riduttivamente considerate dalla psichiatria solo come perdite desoggettivanti. In questo modo, l’estraneamento che promana da quelle vite così profondamente segnate mostra la propria capacità di permeare intimamente la vita del narratore, generando un’atmosfera di sospensione in cui il confronto con l’incomprensibile sembra divenire la cifra stessa dell’esistenza e dell’interrogarsi umano.Le storie raccontate sembrano scaturire proprio dalla difficoltà di narrare quell’evento di rottura, dato che chi lo ha vissuto sembra aver perso, o non aver mai acquisito, la capacità di raccontarlo. Ed è da questa sospensione inspiegabile che la finzionalità narrativa prende l’avvio, quasi avvalendosi di una suspence che mette il lettore in attesa di uno svolgimento risolutivo. In questo punto il racconto di finzione rivela al massimo grado la sua efficacia, nel momento in cui assume quell’evento come l’origine di una domanda, alla quale cerca di rispondere allontanandosi dai vincoli di una realtà troppo convenzionalmente definita, lasciando piuttosto emergere le potenzialità di un’inventiva capace di ipotizzare, di creare intrighi, di distendere un intreccio narrativo che cerca di comporre le possibili radici e le eventuali conseguenze di quell’evento nella temporalità dell’esistenza umana.
Incontriamo così vite spezzate alle quali riusciamo immaginativamente a dare un senso, riusciamo a seguire la genesi di un delirio erotomane, a figurarci l’insediamento di depressioni inspiegabili su antichi vuoti luttuosi, a scorgere qualche possibilità di restaurare un contatto affettivo con gli oggetti perduti per mezzo del refrain di una canzonetta, o della “casuale” scoperta di un luogo di gioco infantile. E riusciamo anche a immaginare la devastazione di vissuti affettivi segnati dall’abbandono e dalla trascuratezza, o a cogliere le paradossali analogie di storie che si intrecciano, incrociando percorsi di vita e diramandosi in altre storie. E specialmente riusciamo a scorgere come la follia degli altri si insinui nelle nostre vite e possa produrre in esse degli effetti di senso, per lo meno quando diviene domanda aperta anche sul nostro incomprensibile. In fondo, come ci ricorda l’appassionata ricerca sulla narratività di Paul Ricoeur, è nel lettore che si compie l’ultima, e forse più importante riconfigurazione del racconto di finzione, quando cioè, nell’atto di lettura, le possibilità verosimili dischiuse dal mondo del testo ritornano a dispiegarsi nella vita effettiva dei lettori.


Recensione di Lorenzo Sconocchini su corriereadriatico.it


G. Martini, Le storie infrante, 2016

Recensione di Vinicio Busacchi – Professore associato di Filosofia teoretica – Università di Cagliari
Pubblicata su: Spiweb il 22 Febbraio 2017

Il romanzo Le storie infrante è l’opera narrativa prima dello psicoanalista e psichiatra Giuseppe Martini, membro della Società Psicoanalitica Italiana e primario psichiatra presso il Dipartimento di Salute Mentale Roma 1. Noto per le sue ricerche sulla psicoterapia delle psicosi, per i suoi itinerari di ricerca ermeneutici nel campo della teoria psicoanalitica e per l’applicazione dell’ermeneutica in campo terapeutico e clinico, Giuseppe Martini realizza qui qualcosa che va oltre la sintesi o gioco-divertissement letterario a partire da un itinerario professionale e di studio di medicina, psicoanalisi e filosofia. Ci pare che il referente filosofico princeps (qui), Paul Ricœur (1913-2005), offra non solo le chiavi per cogliere questo ‘oltre’, ma per leggere e intendere questo doloroso e luminoso intreccio di storie di vita il cui motivo/effetto di unità in romanzo deve darsi in una trama che leghi le vicende tutta da comprendere. L’unità risiede nel significato riflesso attraverso le riflessioni della voce narrante, nel gioco di rimandi tra memoria di vissuti personali (genuino autobiografismo!), esperienza terapeutica e clinica, incontro con l’altro e con l’alterità/alienità della malattia mentale (sovente enigmatica, fascinosa, magica; sovente disperata, estrema, insopportabile).

Nove i capitoli di questo romanzo. Nove vicende di vita che sono anche nove diverse storie di malattia mentale e sofferenza che l’autore racconta con espressività ricca e penetrante, e con un tale, stupefacente, senso di vicinanza e comprensione dei vissuti da trasmettere tanto, quasi, un’idea fisica di presenza – come di fatti veri e vivi che corrono sotto gli occhi del lettore – quanto, quasi, un’idea metafisica di penetrazione conoscitiva – nelle menti, nelle storie, tra le sensazioni, le ideazioni, le angosce e i deliri, i silenzi e le vertigini (interminabili), dei malati. Quest’ultima, non è rivelatrice di alcuna “presunzione”, circa capacità conoscitive esatte, assolute. Né queste storie sono storie di soli “pazienti”; anzi, talvolta esprimono esperienze così significative e “topiche” da portare a maturazione e segnare una svolta:

Andrea Dadda («In rapida sequenza rividi l’espressione mite e tenera di Andrea e il volto di Giovanni segnato dall’angoscia mentre si agitava sul suo letto d’ospedale, e quasi sentii risuonare per la stanza, insistente e ossessivo quel grido: “Andrea Dadda è morta, Andrea Dadda è morta!”// Da allora la schizofrenia e la morte sarebbero per me rimaste legate in un allaccio feroce e romantico, di cui non avrei trovato la ragione ultima né nell’angoscia di morte dei miei pazienti, né nei loro tentativi di suicidio, né nei loro deliri di negazione, bensì in quel grido strozzato, senza forma e senza tempo, in quel dolore straboccante che, per incommensurabili vie, io e Giovanni ci eravamo trovati a condividere» [p. 34]); la protagonista (il cui nome non è detto…) di “Tutti ar mare”(«Si trovò come immersa in un vortice di personaggi, suo padre, suo figlio minore, Carlo, l’altro figlio, senza più riuscire a capire quale fosse il suo posto, la sua identità, ritrovandosi disorientata e persa in tutta questa girandola.// Dopo aver speso così tanta energia nel rassettare il bagno, ora vagava confusa, inerte, con uno straccio che le pendeva dalla mano» [p. 50]); Steno («Cominciò a riavvertire in modo abbastanza improvviso quei timori che sembravano definitivamente sopiti dopo vent’anni […]. Erano iniziati sui quindici anni con insistenti tachicardie che si erano tradotte, dopo che aveva legato amicizia con un compagno di scuola cardiopatico, in una terribile paura di essere colto da infarto» [75]); Isabel e la mamma Carola («Dopo aver vegliato l’amato padre nel corso della lunga malattia […], la cara mamma non aveva resistito al dolore della separazione e il giorno stesso del funerale…» [p. 98]); Luigi («La nebbia era in ogni caso tutto ciò che ricordava di sé bambino, del prima e del dopo» [p. 131]); Clarissa («… senza dimenticare che di maschera si trattava. Eppure sempre più spesso aveva cominciato a chiedersi se non ne indossasse due, una il giorno e una la notte. Questo la spaventava ancor più per il timore che nello scambiarle, togliendosi l’una per indossare l’altra, in quel brevissimo frammento di tempo sentisse che quel vuoto aveva eroso il suo volto e non ritrovasse, sotto le maschere, alcunché di sé stessa, solo pulviscolo che vagava nell’aria» [pp. 176-177]); Aurora («Quando avvertiva questa voce, immobilizzandosi e concentrandosi il più possibile per meglio ascoltarne il sussurro, sentiva che per un attimo quel grande e desertico spazio vuoto entro di sé finalmente si restringeva, come se quella preghiera bisbigliata riuscisse a comprimerlo e delimitare un confine» [p. 202]); Margherita («Come volevasi dimostrare anche voi siete una masnada di torturatori infami […]»; «il canto di Margherita, ora intonato sulle note di Figaro, si percepiva distintamente già prima di varcare la soglia» [pp. 240 e 241]); Giuseppe («Intanto Giuseppe progressivamente cambiava, ma in modo così impercettibile che a prevalere era un’impressione di staticità» [p. 278]).

Storie di depressione, di ossessione, di delirio, di psicosi maniaco-depressiva, di dolore, di violenza, di decadimento e morte: uomini e donne che percorrono, nella loro esistenza, il dramma di una certa malattia mentale. E di una certa esistenza. Donne e uomini portati al dunque dalla malattia mentale… (La malattia è percorso in sé e per sé? È percorso nell’esistenza, per l’esistenza? Percorso di fuga dall’esistenza, di ritorno all’esistenza?)

Oscurità e luce.

Questa [sorta di] “metafisica della comprensione” che pervade tutta la scrittura di Martini, che pervade tutto il romanzo, si spiega con la motivazione speculativa di fondo, con la sostanza riflessiva ed ermeneutica che dà significato a questo romanzo – romanzo certamente collegabile al genere letterario sudamericano del realismo magico (come detto nel piatto inferiore del volume), ma anche al genere del romanzo filosofico (per giunta, secondo una singolare sovrapposizione, suggellata dalla profonda asserzione, in frammento, di Paul Ricœur, in esergo: …nel punto in cui l’immaginazione e la memoria s’incrociano sull’enigma della presenza dell’assente).

Ecco, qui, rivelatore è il sottotitolo (che non compare in copertina): Le storie infrante… dove cessa il dominio del tempo. Dunque, un romanzo che non “semplicemente” racconta storie di sofferenza e malattia mentale, ma interroga il senso dell’esperienza umana, della sofferenza, e il quid dell’identità umana – anzitutto attraverso l’interrogazione dell’effetto del vissuto nel tempo (e del tempo nel vissuto). Una interrogazione instancabile, percorsa come per cerchi concentrici, per tornanti e svolte, attraverso luoghi di ieri e di oggi, percorsi nella solitudine meditativa del viaggio (specialmente in moto), nelle passeggiate distensive e di dialogo con i colleghi e i proches, nella meditazione solitaria dei paesaggi:

«Così, mentre si inerpicava percorrendo in senso inverso la medesima strada che l’avrebbe condotto al suo paese, ora stretta e scoscesa, e il paesaggio si faceva sempre più collinoso, i campi più segmentati dalle vigne la cui presenza s’infittiva a ravvivare la monotona distesa della terra oramai privata del suo frutto più consueto, il grano, la memoria si attardava su un evento preciso e ricorrente, che solo recentemente era tornato alla sua mente, dopo aver riposato per anni in quello che probabilmente lui avvertiva, nel succedersi incalzante di congressi, viaggi, lavoro, un semplice oblio della insignificanza» [pp. 262-263].

Instancabile interrogazione che riprende narrativamente il lavoro clinico e di psicoterapia, questo variato, di volta in volta, non per il “semplice” variare dei casi, piuttosto dei rimandi di essi agli enigmi più profondi dell’identità umana e della vita.

«Nella sua spettrale sventura – afferma Gadamer –, la malattia mentale resta ancora un sigillo, il quale attesta che l’uomo non è un animale intelligente, ma è un uomo»: tutta la forza di questa verità, e della dimensione dell’umano, al di là di ciò che lo fa, che ci fa animali e intelligenti, è abbracciata nella scrittura da Giuseppe Martini, – sebbene sia chiaro essere Ricœur, come già detto, il referente filosofico primo –, scrittura su cui si interseca, come un asse verticale, un altro punto di vista specifico, quello di Karl Jaspers, pensatore e medico sempre al limite tra psicopatologia e speculazione. Se nella sua produzione scientifica, Martini va studiando e approfondendo di quest’ultimo, in modo particolare, la nozione di incomprensibile quale dimensione al crocevia o, meglio (?), quale realtà dialettica disposta tra inconscio ed esistenza o libertà (e che Martini mette in relazione con la nozione di intraducibile), di Ricœur, Martini, fa propria l’idea di identità narrativa – che, per altro, il filosofo francese elabora sulla base della lezione psicoanalitica (a proposito della capacità psicologica di recuperare e risignificare il vissuto, a proposito della strutturazione narrativa della storia di vita, e dunque della possibilità di ritrovamento di sé per mezzo di trame ricucite “terapeuticamente” e non, di recupero del vissuto doloroso nel racconto [del vissuto che diventa accettabile e sensato proprio grazie al racconto…]). Una teoria, questa dell’identità narrativa, che è parte della “risposta” alle critiche antisostanzialistiche sull’identità umana, e che centra il punto della costruzione narrativa dell’identità personale (perché “individui” si nasce, mentre “persone” si diventa…), tra passato che ritorna nell’esperienza sintomatica, nel ricordo, nel groviglio di idee e sensazioni, nell’interrogazione riflettente, investigante, interpretante, nel lavoro della memoria, dei silenzi, del tempo.

Nelle «storie infrante», «il dominio del tempo» «cessa» in questo senso: nel senso preciso del collasso della trama. Del collasso della trama per il collasso del senso unitario, narrativo. E viceversa.

Se non posso raccontare quel che ho vissuto, quel che ho vissuto non ha senso, quel che vivo non ha senso. Persino, che viva… non ha senso. Eppure qui, Martini, pare offrire una nuova risposta. Una risposta che corre tra le pagine del romanzo, fino alle ultime battute e alla citazione con cui il romanzo si chiude: ancora Ricœur: «Torniamo sempre alla questione della sofferenza: la sofferenza insopportabile e la sofferenza sopportabile». È una risposta che ci riporta al dilemma dell’‘oltre’ richiamato sopra e che pare sciogliere il nodo della tenuta di questi nove racconti nell’unità del romanzo.

Infatti, come questa unità di forma e senso è resa tale dalla scrittura di una presenza viva (variamente vincolata alle vicende e variamente partecipe di esse), così la vita umana stessa, vissuta, sofferta e raccontata, non lo è mai tale solo per se stessa, solo in se stessa. Sempre, la scommessa dell’insopportabile riguarda non solo le possibilità e capacità personali e soggettive. Immancabilmente, essa, chiama in campo il talento della risposta dei cari e dei proches, dei medici, dei conoscenti, degli altri.

E perciò… se non hai potuto raccontare quel che hai vissuto, quel che hai vissuto (e che vivi) ha comunque senso. Perché io lo racconterò per te.


Sogno, Mito, Poesia. Tre saggi di Otto Rank

Recensione di Marco Innamorati
Articolo pubblicato originariamente su: stateofmind.it

I saggi racchiusi nel libro Sogno, mito, poesia risalgono al periodo di più intensa vicinanza e di massima collaborazione tra Freud e Otto Rank. Il primo dei tre, Un sogno che si interpreta da solo, risale al 1910 (quando ancora lo stesso Adler fa parte del gruppo viennese!); gli altri due, cioè Sogno e mito e Sogno e poesia vedono invece la luce nel 1914 (l’anno in cui Jung rassegna le dimissioni dall’Associazione Internazionale di Psicoanalisi).

Otto Rank: il legame con Freud
Otto Rank rappresenta una delle figure chiave della storia della psicoanalisi. Entrato in contatto con Freud nel 1906, inizia subito a partecipare alle «serate del mercoledì» cioè alle riunioni che Freud teneva ogni settimana a casa sua con i primi membri del nascente Movimento psicoanalitico (erano iniziate nel 1902 con quattro presenti più Freud stesso). Ben presto delle riunioni viene nominato segretario verbalizzante, compito che svolgerà con impegno e perizia per diversi anni. A lui si devono dunque le minute dei Dibattiti della Società Psicoanalitica di Vienna (Nunberg e Federn, 1962), che rappresentano un documento fondamentale per gli storici della psicoanalisi. Considerato da Freud uno dei suoi collaboratori più creativi, Otto Rank entra nel famoso «Comitato segreto» (destinato a custodire l’ortodossia della psicoanalisi) fin dalla sua creazione, nel 1912.

Gli altri componenti, oltre allo stesso Freud, sono Karl Abraham, Sándor Ferenczi, Ernest Jones. Tra loro, Otto Rank è l’unico non laureato in medicina e si può ben affermare che, insieme ad Hanns Sachs, egli rappresenti il più importante esponente laico (cioè appunto non medico) del movimento psicoanalitico, per il primo ventennio della sua storia (in seguito, probabilmente, la palma sarebbe toccata ad Anna Freud e Melanie Klein, le vere pioniere dell’analisi infantile). Con Sachs, del resto, Otto Rankcondiresse dalla fondazione Imago – Rivista per l’applicazione della psicoanalisi alle scienze dello spirito, la seconda rivista dedicata integralmente alla psicoanalisi (sarebbe però sopravvissuta allo Jahrbuch) e la prima incentrata sul rapporto tra psicoanalisi e cultura.

Otto Rank: l’allontanamento dal Movimento psicoanalitico
Il legame personale con Freud, tuttavia, non risparmia a Rank l’allontanamento dal Movimento psicoanalitico in seguito alla svolta teorica sancita con la pubblicazione di Il trauma della nascita (Rank, 1923). Qui Rank afferma che la maggior parte dei problemi nevrotici debba essere ricondotta, appunto, al trauma che l’infante affronta nel venire al mondo e che lo scopo fondamentale della terapia debba consistere nel rievocare catarticamente tale momento.

Recensendo il successivo libro sulla tecnica psicoanalitica (Rank, 1926), Ferenczi – destinato peraltro a cadere a sua volta in disgrazia – così si esprime:

“L’autore, con l’acume che ben conosciamo, riesce a compiere un lavoro interpretativo che sembrerebbe talora impossibile, ma per far ciò deve ricorrere a interpretazioni di una violenza finora sconosciuta, la cui unilateralità supera tutto ciò che sotto questo riguardo hanno potuto fare Jung e Adler”
(Ferenczi, 1926, p. 379).

“Sono parole che, soprattutto nell’allusione finale ai due più noti eretici della psicoanalisi, suggeriscono anatema e scomunica. Dopo qualche tentennamento e numerose discussioni interlocutorie con Rank, in effetti, Freud decide di prendere a sua volta ufficialmente posizione contro la novità teorica in Inibizione, sintomo, angoscia. Freud ammette chela tesi di Rank all’inizio era anche la mia”
(Freud, 1926, p. 307)

e concede:

“Rank rimane sul terreno della psicoanalisi, di cui prosegue le linee di pensiero, e bisogna ammettere che il suo è uno sforzo legittimo per risolvere i problemi analitici”
(Freud, 1926, p. 298).

“Tuttavia sembra proprio inappellabile la sentenza per cui questa teoria si libra nelle nuvole anziché appoggiarsi su solide osservazioni”
(Freud, 1926, p. 299).

Il 12 aprile 1926 Freud e Rank si incontrano per l’ultima volta e quest’ultimo regala al maestro, con gesto assai simbolico, un’edizione completa delle opere di Nietzsche, che Freud porterà con sé a Londra nel 1938. Negli ultimi anni Rank, trasferitosi prima a Parigi e poi a New York (dove muore nel 1939), continua ad esercitare la professione di analista ma da outsider.

I saggi Sogno, mito, poesia
I saggi racchiusi nel libro Sogno, mito, poesia risalgono però al periodo di più intensa vicinanza e di massima collaborazione tra Freud e Rank. Il primo dei tre, Un sogno che si interpreta da solo, risale al 1910 (quando ancora lo stesso Adler fa parte del gruppo viennese!); gli altri due, cioè Sogno e mito e Sogno e poesia vedono invece la luce nel 1914 (l’anno in cui Jung rassegna le dimissioni dall’Associazione Internazionale di Psicoanalisi). La loro importanza storica è difficilmente sopravvalutabile, perché strettamente legata alla storia della revisione della più famosa opera di Freud, cioè L’interpretazione dei sogni (Freud, 1899).

Sogno, mito, poesia è curato da Francesco Marchioro, studioso da tempo impegnato nella diffusione delle opere di Rank in Italia, avendone proposto edizioni nella nostra lingua da più di trent’anni. Oltre ai tre saggi di Rank, il volume comprende una prefazione, una breve ma densa biografia di Rank e un’utile bibliografia rankiana firmate dallo stesso Marchioro; uno scritto finale dello psicoanalista Andrea Scardovi dal titolo “Gli psicoanalisti sono capaci di sognare?”. Una nota sulla ‘stagione primaria’ della psicoanalisi, interessante excursus tra filosofia, clinica e scienza.


F. Li Vigni (a cura di), Immaginazione. Tra mimesis e poiesis, 2015

Recensione di Marco Costantini
Articolo originale pubblicato su: azioniparallele.it

Interrogando autori e percorrendo ambiti disciplinari diversissimi, gli otto saggi raccolti nel volume pubblicato dalla Fattore Umano Edizioni provano a tratteggiare il profilo umbratile e fuggevole dell’immaginazione. Sebbene dalla lettura del testo non si riesca a comporre una visione d’insieme su questa facoltà, data la molteplicità degli approcci, dei temi e dei materiali discussi, la produttività si può dire sia quella characteristica formalis che le viene, nondimeno, ampiamente riconosciuta. In questo senso, il «tra» che compare nel titolo esprime non tanto una via di mezzo, quanto l’avvenire di una trasformazione – la transizione che c’è stata, e che tutt’ora si ripresenta, nel concepire l’immaginazione: da imitatrice, ripetitiva, a produttrice, artefice dei propri contenuti. Ma la riconferma di un’autentica attività immaginativa non esaurisce, in ogni caso, l’interesse suscitato dal volume. Disseminata nelle pieghe del testo si trova tutta una serie di assunti che per la portata e per la quantità di problemi che solleva meriterebbe di essere sottoposta a studi approfonditi: la contaminazione essenziale della ragione con l’immaginazione, del logos con l’eikónes e i phantasmata, dello spirito con le finzioni ben congegnate della follia. Contaminazione che potrebbe non implicare necessariamente compromissione o deterioramento.

L’Encomio di Elena, per cominciare. Nel suo scritto, Fiorinda Li Vigni ha modo di definire l’opera di Gorgia una «fenomenologia del logos» (p. 27), «un’articolata descrizione razionale delle [sue] diverse forme di azione persuasiva» (p. 26), osservando come l’attestazione dello strapotere del linguaggio sull’anima (potere magico di plasmarla) non avvenga nel clima del racconto mitico, ma in quello della riflessione intellettuale che intende analizzarlo e spiegarne i meccanismi. Lontano, per giunta, da ogni forma di scetticismo, Gorgia attribuisce alla parola una dimensione materiale, ne riconosce la «natura psico-fisica» (p. 21), e illustra tale natura attraverso una meccanica della persuasione fatta di reazioni a impressioni. Segno di tutto ciò è l’immagine del sovrano che compie grandi imprese malgrado un corpo piccolo (così piccolo da essere invisibile): fisionomia allegorica della parola che pure permette di restituirne in pieno la reale fisicità.

Tuttavia, ripercorrendo le diverse forme di persuasione discorsiva elencate da Gorgia, Li Vigni ne ritrova il fine non nel semplice inganno ma nella fascinazione, quale fenomeno più complesso che chiama in causa la disposizione dell’anima al piacere, il suo assenso all’artificio benefico, e che richiede, quindi, una sua naturale «complicità» (pp. 22 e 24), a parziale correzione di quella concezione meccanicistica, pur presente nell’Encomio, che reputa l’ascolto passivo. L’anima è vinta dall’autoinganno più che da un’illusione ingannevole. E ciò vale per quando essa si trova al cospetto delle falsità nocive della retorica politica non meno che per quando si trova di fronte a quelle innocue dell’arte. Il saggio di Li Vigni sembra volersi spingere verso questa conclusione: le potenze del falso sono rimesse alla verità del principio di piacere.

È certo che per descrivere in tal modo la persuasione ci si deve consapevolmente discostare dal concetto di mimesi, o almeno da quello tradizionale, grossolano. Infatti, Li Vigni non vuole attenersi all’idea che il logos si imprima sull’anima stampando una copia di sé. L’efficacia del logos non sta nella propria riproduzione ma nella produzione di immagini (pp. 29-32), nella messa in scena che incanta un’anima: effetti ottici della parola.

È necessario allora discostarci dal concetto tradizionale di mimesi. Oppure, in alternativa, modificarlo qualitativamente, ripensarlo nel quadro di un paradigma poietico. Il saggio di Francesca Eustacchi esprime apertamente questa esigenza trattando della mimesi nella politica platonica. Che la legge dello Stato buono debba imitare la perfezione di un modello ideale non significa che ne debba essere il duplicato scadente. Significa, piuttosto, che di quel modello deve tradurre la «logica» (p. 37), riportandola a un livello più basso di realtà, quello materiale e sociale. È una mimesi che replica una procedura più che una sostanza. È l’imitazione di un fare più che di un essere. Ma soprattutto, sottolinea Eustacchi, tale imitazione è affatto razionale.

La ragione imita. La ragione immagina. Fino a che punto, e che cosa questo voglia dire nello specifico, non è forse ancora possibile spiegarlo. Eppure, una certa ragion pratica, o per meglio dire pragmatica, incentrata sull’agire comunicativo, reputa già indispensabile ai propri fini l’uso dell’immaginazione. Avendo ben recepito la concezione del linguaggio del secondo Wittgenstein, Simona Tiberi ne suggerisce un possibile implemento tramite il principio di carità di Davidson e il principio di cooperazione di Grice. Unendo all’imprescindibile contestualità di ogni enunciazione il potere che l’immaginazione ha di assimilare i contenuti proposizionali altrui e di attribuire intenzionalità all’interlocutore (cogliendo il non detto nel detto), ci si porta alle soglie di un concetto di «immaginazione pragmatica» che vede quest’ultima legata all’«azione» e alla «vita morale» degli uomini (p. 150), come mezzo privilegiato di comunicazione con l’alterità.

Che la ragione immagini, anche Serena Feloj non è molto lontana dal concluderlo, pur affrontando un altro genere di problema. Indaga infatti nel suo contributo quanto prossime siano malattia mentale e ragione nelle filosofie di Kant e Hegel, e rispetto a quella kantiana non manca di riconoscere nell’attività immaginativa il fondamento di questa possibile prossimità. Entrambi i filosofi trattano della malattia mentale nelle loro antropologie, ma in Kant se ne trovano considerazioni importanti anche in altre opere, come la terza Critica. Soffermandosi proprio sull’Analitica del sublime, Feloj ipotizza «un certo legame» (p. 53) tra la dementia (Wahnsinn) e il risvegliarsi nel soggetto, per mezzo del sentimento del sublime, dell’idea di moralità a lui intrinseca. Indizio di tale legame è, per l’appunto, l’immaginazione, che emerge come elemento comune: sfrenata nell’un caso, illimitata nell’altro. Tuttavia, l’eccessiva disinvoltura con cui Feloj afferma più volte che per Kant, in definitiva, il malato di mente sarebbe avulso da qualsiasi forma di razionalità finisce per invalidare l’ipotesi di partenza. Il testo dell’Antropologiadimostra, in effetti, il contrario. Kant era ben conscio della metodicità e sistematicità che caratterizzano alcuni disturbi psichici. La vesania (Aberwitz) è considerata addirittura una «positive Unvernunft», tutt’altro che una presunta anti-ragione (cfr. I. Kant, Antropologia pragmatica, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 104). Ad ogni modo, se non nel pensiero kantiano, in quello hegeliano Feloj riscontra la certezza che il folle sia, nonostante tutto, un essere razionale, non senza però una «frattura» (Immaginazione…, p. 57) che lo attraversa all’interno e che scinde, in lui, la particolarità dell’anima e l’universalità dello spirito oggettivo.

La rilevanza dell’immaginazione in determinati disturbi psichici è riportata del pari nello scritto di Elisa Magrì, che raffronta Sartre, Merleau-Ponty ed Erwin Straus sul tema specifico dell’ossessione. Mentre per Sartre, che ne parla ne L’imaginaire, è la ripetitività dell’atto immaginativo che definisce l’ossessivo – ripetitività con cui questi tenta di possedere l’oggetto desiderato, e che segna l’atrofia dell’immaginazione, la riduzione della spontaneità del soggetto a uno «spasmo» –, per Merleau-Ponty e per Straus il fenomeno dell’ossessione rimanda a un’interferenza nello «spazio vissuto» (p. 115), affettivo, quale «campo emozionale» (p. 111) che prende forma nel rapporto primigenio tra il corpo e il mondo.

Di nuovo Hegel è oggetto del saggio di Lucia Ziglioli, concentrato in particolare sulla Psicologia contenuta nell’Enciclopedia. Lì si espongono le trasformazioni funzionali dell’immaginazione nel processo conoscitivo. Dapprima meramente riproduttiva, imitatrice; poi intelligente, poietica, dedita all’elaborazione dell’universale; infine simbolizzante e significatrice, volta all’esibizione della conoscenza ottenuta: non più immaginazione ma fantasia. Come a dire che per Hegel – e Ziglioli lo mette in evidenza – l’immaginazione tende a superare se stessa spingendosi oltre l’immagine, raggiungendo l’irrappresentabile, divenendo essa stessa regno del pensiero.

L’irrappresentabile è anche il punto da cui muovono le riflessioni di Angiola Iapoce su Jung. Sono riflessioni di carattere metodologico, che evidenziano i presupposti critici della psicologia analitica, l’ineffabilità del nucleo vitale dell’esperienza, il «vuoto rappresentazionale» (p. 86) in cui il soggetto conoscitivo inevitabilmente incappa – incognita, zona d’ombra in cui valgono solo ipotesi ed espedienti, ma che, d’altra parte, può esser fatta trapelare proprio da un’immagine, quella immagine che rinuncia a mostrarla in sé e per sé e che invece la conserva nella propria irrappresentabilità; che tanto più si avvicina a esprimerla quanto meno tenta di violare la sua consustanziale inesprimibilità. L’immagine è quanto di più prossimo vi sia all’inimmaginabile. Affermazione che, seppur in tutt’altro contesto teorico, vale anche per Merleau-Ponty. Infatti, come mette in luce Alessandra Scotti nel suo contributo, ne L’œil et l’esprit la pittura di Cézanne diviene veicolo di quell’«esperienza incarnata» (p. 126), pre-riflessiva, che un corpo fa in quanto immerso nell’«essere grezzo» del mondo. Esperienza destinata a non essere vista se non da quella visione che si sa inclusa nel mondo che vede, e che tenta di esprimere questa sua aderenza originaria (e invisibile) a tutto ciò cui si rivolge.


L. Aversa (a cura di), Psiche: dialoghi sulle zone di confine, 2014

Recensione di Marco Innamorati
Articolo apparso originariamente su: stateofmind.it

Un meritato omaggio a Mario Trevi e al suo gruppo: un’antologia di scritti apparsi sulla rivista Metaxú (1986-1993).
Che un libro si proponga come omaggio a Mario Trevi, compianto analista junghiano scomparso pochi anni fa, costituisce già un grande titolo di merito. L’opera di Trevi, infatti, pur essendo egli considerato in vita un punto di riferimento fondamentale, teorico e clinico, da parte degli psicologi analisti, non ha ricevuto negli ultimi anni l’attenzione che meritava. Mario Trevi fu tra i fondatori dell’Associazione Italiana per lo studio della Psicologia Analitica e poi del Centro Italiano di Psicologia Analitica (le due associazioni junghiane storiche in Italia). Si tenne invece lontano dal mondo accademico, malgrado fosse stato da giovane assistente di Giovanni Bollea. Fu invece prolifico autore di saggi e libri, tutti incentrati su una possibile riforma della psicologia analitica alla quale dette il nome di junghismo critico (Trevi, 1987; 1988).

Mario Trevi e Jung
Trevi era convinto infatti che il più importante contributo di Jung alla psicologia del profondo non fosse costituito dalla concezione dell’inconscio collettivo, alla quale il nome dello psicologo svizzero viene usualmente accostato. Ad avviso di Mario Treviera piuttosto l’apertura ermeneutica, riconducibile a Tipi psicologici (Jung, 1921), ciò che costituiva il motivo di vera originalità dello psicologo svizzero. Jung (1913) fu il primo ad osare affermare che tanto il modello di Freud, quanto il modello di Adler potessero essere ambedue validi, ognuno in un proprio spazio di applicazione. La spiegazione di questo paradosso era che ogni psicologo teorizza solo la propria personale psicologia, o al massimo quella del proprio tipo.

Nel primo, appena abbozzato, schema di Jung, la psicologia adleriana si riferiva al tipo introverso e quella freudiana al tipo estroverso. Nell’opera successiva, moltiplicandosi il numero dei tipi psicologici possibili, aumentava esponenzialmente anche il numero delle possibili psicologie. Onde Jung poté prevedere (correttamente) il moltiplicarsi delle teorie in ambito psicologico.

Secondo Mario Trevi, l’idea che ogni teoria costituisse nulla più che un modello probabile fondava un atteggiamento nuovo in campo psicoterapeutico e contrastava profondamente con l’aspirazione di Jung a individuare negli archetipi dell’inconscio collettivo una base comune per tutti gli esseri umani. Secondo Trevi, anzi, l’idea di una radice inconscia unica costituiva un elemento di contraddizione rispetto all’istanza tipologica e a un (cauto) relativismo.

Jung aveva costruito una psicologia sostanzialmente contraddittoria e si trattava di scegliere a cosa rinunciare. Era perfettamente legittimo costruire, come Hillman, una psicologia archetipica; ma era altrettanto legittimo proporre uno junghismo che si ispirasse piuttosto all’atteggiamento ermeneuticista. In questo senso, Mario Trevi(1986) proponeva anche la valorizzazione della teoria junghiana del simbolo, che veniva visto come elemento psicologico inesauribile e motore del processo di individuazione umano; dove Freud si limita a interpretazioni obiettivizzanti.

Mario Trevi e la rivista Metaxù
L’attività di Mario Trevi si è anche dispiegata nella collaborazione con importanti figure della cultura italiana (era uno degli animatori del Circolo Fenomenologico) e nella formazione di altri analisti. Verso la metà degli anni ottanta del Novecento, proprio un gruppo di analisti junghiani legati a Mario Trevi dette vita sotto la sua guida a un’iniziativa editoriale di durata relativamente breve, ma che ha lasciato una traccia importante nella cultura filosofica e psicologica italiana di fine secolo: la rivista Metaxú.

Si trattava di un tentativo di offrire proprio un contributo allo studio del simbolo, in quanto oggetto sfuggente al confine tra varie discipline, partendo dalla comune matrice junghiana dei redattori ma aprendosi al dialogo con studiosi riferentisi a paradigmi molto diversi. La redazione comprendeva nomi già noti nell’ambiente junghiano o destinati a diventarlo, quali Umberto Galimberti, Luigi Aversa, Enzo Vittorio Trapanese, Paolo Francesco Pieri, Angiola Iapoce, Amedeo Ruberto, Paulo Barone, Mauro La Forgia, Maria Ilena Marozza (oltre naturalmente allo stesso Mario Trevi). Nei primi numeri, nel novero dei redattori era anche Alberto Gaston; negli ultimi anche Vincenzo Caretti. Tutti sono stati autori di contributi importanti alla psicologia analitica e non solo. Alcuni di loro, sotto la direzione di Pieri, hanno contribuito in seguito alla nascita di Atque, altra rivista storica in posizione di dialogo tra filosofia e psicologia.

Ad avviso di chi scrive, i due estremi potrebbero essere rappresentati da Paul Ricoeur e Giovanni Jervis. Il primo ha sicuramente manifestato negli scritti successivi all’incontro con il gruppo di Metaxú un interesse del tutto inedito in precedenza per Jung (Innamorati e Pastore, 2015), proprio per la scoperta di quell’elemento ermeneutico che in realtà è assai più coerente con l’opera junghiana (Trevi e Innamorati, 2000) che con quella di Freud (pur essendo stato Ricoeur uno dei più affermati sostenitori di una lettura ermeneutica della psicoanalisi classica). Jervis è invece rimasto completamente disinteressato alla psicologia analitica anche negli ultimi anni di attività, conservandone l’immagine di una disciplina esoterica e non scientifica.

Psiche: dialoghi sulle zone di confine costituisce un’antologia di Metaxú basata in modo pressoché esclusivo su dialoghi della redazione con gli ospiti (contiene però anche un’intervista di Aversa a Trevi apparsa invece su Atque). Da un lato l’operazione è giustificata dalla notorietà dei nomi coinvolti (oltre ai due citati, sono presenti Carlo Sini, Virgilio Melchiorre, Franco Crespi, Carlo Tullio Altan, Pier Aldo Rovatti, Pietro Prini, Renato Tagliacozzo). D’altra parte è abbastanza incomprensibile come si sia scelto di omettere del tutto i contributi di un gruppo culturalmente importante e coeso, la cui originalità non potrà essere certo compresa a partire dalle domande rivolte ai pur illustri personaggi coinvolti.

Il proverbiale bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto può essere un’immagine banale quanto rispondente all’esito di questa selezione: un’iniziativa editoriale meritoria, della quale la casa editrice Fattore Umano va calorosamente ringraziata; iniziativa che però poteva essere sfruttata meglio. A meno che non si pensi di proporre un volume secondo che colmi le lacune del primo.


Recensione di Davide D’Alessandro apparsa su “Il Foglio”, 7 dicembre 2018.
Paul Ricoeur, filosofia e psicologia: il dialogo e la lotta per la vita.

In un libro del 2014, a cura di Luigi Aversa, le interviste con personalità particolarmente significative della filosofia, della psicoanalisi, dell’antropologia e della cultura in generale (Paul Ricœur, Carlo Sini, Virgilio Melchiorre, Franco Crespi, Carlo Tullio Altan, Pier Aldo Rovatti, Giovanni Jervis, Pietro Prini, Renato Tagliacozzo e Mario Trevi) mostrano che il pensiero nasce nell’incontro tra sapienza e ignoranza, tra mortale e immortale.


Pumla Gobodo Madikizela, Morì un uomo, quella notte, 2013 Recensione di Florinda Li Vigni

La vendetta indiscriminata e l’odio patteggiato, scrive Pier Paolo Portinaro, hanno continuato a rappresentare le vie d’uscita più consuete dai conflitti, dalla più remora antichità fino all’età moderna. Solo il XX secolo ha introdotto importanti innovazioni, inaugurando due inedite modalità di chiusura dei conti: la prima è quella dei processi internazionali, che hanno lo scopo di comminare punizioni e di legittimare riparazioni.
Essa si inscrive nel processo di “giustizializzazione planetaria” che si è affermato a partire dalla fine della guerra fredda, estendendo il proprio ambito di competenza dai crimini di guerra a tutte le violazioni degli elementari diritti umani. A fronte dei problemi che tale modello solleva – in ordine non solo alla sua efficacia, ma anche alla presunta continuità con le aspirazioni imperialiste dell’Occidente -, sono state le Commissioni per la verità e la riconciliazione a orientare in tempi recenti la ricerca di soluzioni alternative. Questa seconda modalità è orientata innanzitutto a far luce su quanto è avvenuto, con l’obiettivo di creare le condizioni per il ristabilimento di quel minimo di reciproca fiducia che è necessario alla
convivenza civile. A differenza dello “strumentario del diritto penale, che concentra la sua attenzione sugli esecutori”, questa forma di restorative justice “si legittima (…) in virtù dell’attenzione rivolta alle vittime”, e “persegue come finalità primaria la riconciliazione tra le fazioni opposte di una nazione divisa dalle tragiche esperienze di una guerra civile o di una dittatura” (1).

Il modello di tali commissioni, che ha trovato applicazione in diversi paesi extraeuropei, esula in effetti dal ricorso esclusivo al medium giuridico, legando piuttosto la propria efficacia alle “etiche dialogiche e del riconoscimento”: tali pratiche trovano secondo Portinaro un terreno più fertile dove le chiese e le comunità religiose svolgono ancora una importante funzione di integrazione e sono in grado, in un’ottica di riconciliazione nazionale, di favorire “un discorso pubblico dominato dal canone religioso del perdono” (2).

Il libro di Pumla Gobodo Madikizela, psicologa clinica di indirizzo analitico e Senior Research Professor alla University of Free State in Sudafrica, si colloca nel cuore di questo processo. La specificità del suo approccio fa però sì che il tema del perdono, intorno a cui ruota l’intera pratica della riconciliazione, venga disarticolato dalla sua dimensione religiosa, che, pur non assente, rimane sullo sfondo (3).

Chiamata a far parte del Comitato per la violazione dei diritti umani istituito nell’ambito della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che avviò le sue attività nel 1996 su ispirazione di Nelson Mandela e dell’arcivescovo Desmond Tutu, Pumla Gobodo Madikizela ne restituisce in questo testo una testimonianza al tempo stesso professionale e umana. La Commissione di cui la psicologa faceva parte aveva a oggetto le violenze compiute in Sudafrica a partire dagli anni Sessanta del Novecento, quando la volontà del governo di preservare l’apartheid e assicurare la continuità delle politiche di supremazia bianca portò a una feroce repressione dei movimenti per la difesa dei diritti dell’uomo: una strategia che andava dalle aperte azioni poliziesche contro gli oppositori, in cui rimasero uccise moltissime vittime inermi, fino alla pratica della tortura dei detenuti, alla sparizione degli attivisti politici e all’omicidio politico.
Innanzitutto, riferendo dell’esperienza degli incontri organizzati nei villaggi e nelle townships maggiormente coinvolte negli episodi di sangue, il testo restituisce la peculiarità di una pratica di riparazione fondata sull’attenzione portata alle vittime delle violenze e sul tentativo di mettere al centro la libertà di parlare del male subìto e di chiederne ragione. Tuttavia questo è solo lo sfondo sul quale si dipana il racconto che è propriamente oggetto del libro, quello relativo ai colloqui fra la psicologa ed Eugene de Kock, avvenuti presso la sezione di massima sicurezza della Pretoria Central Prison: ex comandante della polizia segreta, de Kock era stato uno dei più spietati artefici dell’azione clandestina di repressione poliziesca ed era ormai noto in Sudafrica con l’appellativo di “Prime Evil”, male assoluto. A tali incontri la psicologa era stata indotta dopo aver assistito alla reazione della vedova di una delle vittime di de Kock: dopo un confronto con quest’ultimo, essa era stata in grado di manifestare il proprio dolore anche per l’assassino, e in particolare per la sua “perdita di umanità”. Un atteggiamento che, agli occhi della psicologa, sembrava mostrare la possibilità, non solo teorica, di “trascendere l’odio” faccia a faccia con un uomo che si era macchiato di orrendi delitti. All’attenzione per le vittime e allo sforzo di dar loro voce si accompagna così, nell’esperienza della Commissione, anche il tentativo di “aprirsi alla comprensione” del carnefice – uno sforzo che certo non significa giustificare. Secondo il concetto di “doppia mossa” di Emile L. Fackenheim, qui evocato, si cerca la spiegazione e al contempo la si respinge: si indagano le condizioni che hanno reso possibile un certo atteggiamento criminale e al tempo stesso, grazie al richiamo alla nozione di responsabilità personale, ci si rifiuta di considerarle un alibi.
Sullo sfondo di una tensione che per certi aspetti ricorda il clima del film “Il silenzio degli innocenti”, tratto dal libro di Thomas Harris – del resto richiamato dalla stessa autrice -, Pumla Gobodo Madikizela descrive un duplice passo: il risvegliarsi di un sentimento di empatia di fronte al dolore manifestato da de Kock per l’impossibilità di restituire la vita alle sue vittime, un sentimento che tuttavia provoca nella donna anche una reazione di rigetto e che si traduce in una complessa lotta interiore; e insieme lo sforzo intellettuale di comprensione che la induce a chiedersi come questo male sia stato possibile e se, e in che misura, sia data l’opportunità di una parziale riparazione, almeno psicologica.
In tal senso nella prima parte del libro l’azione di Eugene de Kock, “stratega della violenza di massa”, è reinserita in un discorso di carattere generale sulle responsabilità che pesano non solo sull’individuo – sui singoli esecutori della violenza -, ma anche sulla società bianca. Nel suo complesso questa aveva permesso e incoraggiato il regime del terrore e, dopo la fine di tale regime, aveva provveduto ad assolvere se stessa da ogni responsabilità, “isolando”, nel processo al suo funzionario, l’azione di de Kock. La seconda parte del libro è invece dedicata alla riflessione sull’idea di perdono.
Innanzitutto al perdono si guarda per l’effetto positivo che esso può esercitare non sulla persona a cui è diretto, ma su quella che lo esprime. Il perdono rappresenta un modo di “riconoscere” la lacerazione che è stata inflitta, ma anche di trascenderla. Le ferite emotive che continuano ad affliggere i parenti delle vittime costituiscono un legame con le persone scomparse e in questo senso si propongono per essi come una “forza che fornisce continuità sfidando la morte”. Emozioni come l’odio, il rancore, il risentimento, sono però anche un peso che impedisce alla vittima di fare i conti fino in fondo con il trauma. L’offesa, come scrive Primo Levi, è in questo senso insanabile e le Erinni non travagliano solo il tormentatore, “ma perpetuano l’opera di questo negando la pace al tormentato”(4).

Prendendo il posto di chi si è perduto, le emozioni diventano parte della stessa identità dell’individuo traumatizzato e rischiano di cristallizzarlo in una posizione che chiude a ogni possibilità di cambiamento, che è invece aperta dalla prospettiva del perdono. D’altra parte il processo può avviarsi solo quando vi sia, da parte della persona che deve essere perdonata, l’espressione del rimorso e la piena ammissione della propria responsabilità, oltre che il riconoscimento del dolore delle vittime. Al centro, con l’idea di pentimento, è anche la nozione di verità: essa deve emergere non solo come ricostruzione minuziosa degli eventi, ma anche come ineliminabile sforzo, operato da chi si sia direttamente macchiato dei delitti e insieme da quella ampia porzione di società che li ha tollerati o istigati, di recedere da quell’autoinganno che permette di superare ogni remora di fronte al delitto. Una possibilità di rigetto della menzogna e di presa di coscienza che Hannah Arendt, a proposito di coloro che si erano resi responsabili dello sterminio degli ebrei, recisamente negava, riferendosi alla proposta di un “comitato di riconciliazione” come a uno “slogan insolente” (5). Del resto alla Arendt la psicologa rimanda esplicitamente, per indicare la netta alternativa fra il modello del dialogo qui prospettato e quello della memoria dell’Olocausto, alla quale sarebbe accaduto anche di essere strumentalizzata a fini ideologici (6).
Nella prospettiva dialogica prescelta, e date le condizioni sopra menzionate, il perdono, secondo la psicologa, non rappresenta una manifestazione di debolezza, ma può anzi offrire la possibilità alla vittima di acquisire una posizione di forza, “in quanto persona che detiene le chiavi del desiderio del criminale” di essere riammesso nella comunità degli esseri umani. Uno status che la vittima conserva fino a che rifiuta di abbassarsi al livello del male che le è stato fatto. Si tratta di un processo in cui è evidente che la dimensione personale deve necessariamente allargarsi alla società nella sua interezza: è il discorso pubblico a esser chiamato a creare le condizioni – innanzitutto simboliche – che incoraggino le alternative alla vendetta e aprano la strada a un confronto che umanizzi chi è stato disumanizzato, sottraendolo alla degradazione, e metta i criminali di fronte alla loro inumanità.

NOTE

1. Pier Paolo Portinaro, I conti con il passato. Vendetta, amnistia, giustizia, Feltrinelli, Milano 2011, p. 27.
2. Ibidem, p. 182.
3. Per un accenno alla sacralità del perdono cfr. p. 165. Sull’attualità del tema vedi, di recente pubblicazione, Barbara Barcaccia, Francesco Mancini (a cura di), Teoria e clinica del perdono, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013. Ma che si tratti di un tema “caldo” lo mostra anche il recente intervento di Massimo Recalcati su “Repubblica” (10 agosto 2013), che lo sviluppa in relazione al tradimento all’interno del rapporto di coppia.
4. Primo Levi, I sommersi e i salvati, Prefazione di Tzvetan Todorov, Postfazione di Walter Barberis, Einaudi, Torino 2007, p. 14.
5. Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, traduzione di Piero Bernardini, Feltrinelli,
Milano 2003, p. 60.
6. Sulla memoria dell’Olocausto come nuova religione civile cfr. Enzo Traverso, La fin de la modernité juive. Histoire d’un tournant conservateur, La Découverte, Paris 2013.


Sincronicità – dalla quarta di copertina – da Notiziario CDP, marzo-aprile 2015 anno XLVI p.30

Partendo dalla pratica clinica, dall’attivazione dei processi inconsci e da esperienze percepite come straordinarie, J. Cambray riesce ad armonizzare la sua doppia formazione di scienziato e di psicologo analista in un libro denso di concetti e preciso nell’esposizione. Un libro avvincente che riesce a trattare in modo scientifico quei fenomeni che spesso sono incomprensibili, affrontando, in modo rigorosamente scientifico e argomentativo, tematiche incandescenti quali le connessioni acausali, l’inconscio, lo psicoide.